Il lessico del potere: “padrini” e “figliocci”, lettura criminologica delle relazioni politico-mafiose

Redazione

Il lessico del potere: “padrini” e “figliocci”, lettura criminologica delle relazioni politico-mafiose

lunedì 23 Marzo 2026 - 09:07

Nel lessico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, le parole non sono mai innocenti. Esse non descrivono semplicemente la realtà: la costruiscono, la legittimano e la perpetuano. L’articolo richiamato, incentrato sull’uso di espressioni quali “padrini” e “figliocci” anche in ambito politico, offre uno spunto di riflessione di straordinaria rilevanza per la criminologia contemporanea, soprattutto laddove si indaga la zona grigia di contiguità tra potere legale e potere criminale. Il termine “padrino”, nell’immaginario mafioso, richiama immediatamente una figura di autorità carismatica, garante di protezione e dispensatore di favori. Non si tratta soltanto di un capo, bensì di un nodo relazionale attorno al quale si struttura un sistema di obbligazioni reciproche, spesso informali ma rigidamente vincolanti.

Analogamente, il “figlioccio” non è un semplice subordinato: è un soggetto inserito in una rete di dipendenza personale, costruita su lealtà, riconoscenza e – non di rado – ricatto simbolico. Questa terminologia, quando traslata nel linguaggio politico, non rappresenta una mera metafora folkloristica. Al contrario, essa rivela la persistenza di modelli relazionali arcaici, fondati su patronage, clientelismo e intermediazione opaca del potere. In tali contesti, il rapporto istituzionale viene deformato in una relazione quasi familiare, in cui il merito cede il passo alla fedeltà e la trasparenza si dissolve nella logica dello scambio. Dal punto di vista criminologico, ciò si inserisce perfettamente nelle dinamiche proprie di sistemi mafiosi come Cosa nostra, i quali – come noto – si fondano su strutture gerarchiche e su vincoli di affiliazione che travalicano la dimensione puramente criminale per infiltrarsi nella sfera politica ed economica. In tali sistemi, il linguaggio non è solo descrittivo, ma performativo: contribuisce a creare un universo simbolico in cui determinati comportamenti appaiono normali, se non addirittura legittimi. L’uso disinvolto di queste espressioni nel discorso pubblico solleva dunque interrogativi inquietanti. Esso può indicare, da un lato, una banalizzazione della cultura mafiosa, dall’altro una sua interiorizzazione più profonda, quasi inconsapevole. Quando il politico diventa “padrino” e l’elettore o il collaboratore “figlioccio”, si assiste a una regressione semantica che riflette una regressione etica: la democrazia rappresentativa viene svuotata e sostituita da una logica di appartenenza personale. È noto, del resto, che le organizzazioni mafiose hanno storicamente cercato – e spesso trovato – canali di penetrazione nella politica, attraverso meccanismi di scambio elettorale e relazioni privilegiate con esponenti istituzionali. In tale prospettiva, il linguaggio diventa una spia rivelatrice: esso tradisce la presenza di codici culturali condivisi tra mondi che, formalmente, dovrebbero restare separati. Da criminologa, ritengo che la questione linguistica non possa essere sottovalutata.

Le parole sono indicatori di mentalità, e le mentalità sono il terreno su cui attecchiscono i fenomeni criminali. Contrastare la mafia non significa soltanto reprimere i reati, ma anche decostruire l’immaginario che li sostiene. Ciò implica una vigilanza critica sul linguaggio, soprattutto quando esso viene utilizzato da chi esercita funzioni pubbliche. In conclusione, il ricorso a termini come “padrini” e “figliocci” in ambito politico non è un semplice vezzo retorico, bensì un sintomo. Esso segnala la persistenza di una cultura del potere personalistico e relazionale, che si pone in tensione con i principi dello Stato di diritto. La criminologia, in questo senso, è chiamata non solo a studiare i fenomeni criminali, ma anche a interpretare i segni – talvolta sottili, ma profondamente rivelatori – della loro influenza nella società. Solo attraverso questa consapevolezza sarà possibile sottrarre il linguaggio, e con esso il pensiero, alle ambiguità che alimentano le zone d’ombra tra legalità e illegalità.

Rita Tutelli

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