L’Amalgama di Conte e l’evoluzionismo politico

Amalgama è un antico termine di derivazione araba che trovò compiuto uso nel latino medievale. Servì per secoli ad indicare una spiccata capacità, in genere degli alchimisti, di comporre una fusione di elementi naturali eterogenei. Riferito alla politica ed in particolare al Premier Conte, può certamente denotare la straordinaria capacità, dimostrata dallo stesso premier, di creare coesione e affiatamento verso uno scopo politico condiviso tra forze politiche che in precedenza erano sembrate molto distanti per storia, tradizione e contenuti. Anzi i Cinque Stelle si erano distinti per gli attacchi furibondi a quella che definivano “la casta del Pd”.
In effetti negli anni recenti tra il Partito Democratico e il movimento di Grillo le zuffe, gli insulti, le distanze rimarcate erano state il tratto predominante dei burrascosi rapporti intercorsi. Addirittura uno dei padri fondatori del Movimento, Casaleggio senior, giunse a preconizzare che la distruzione e la scomparsa del Pd potevano ritenersi tra gli obiettivi principali dei Cinque Stelle.
E adesso – a sentire il Premier Conte – tutto è cambiato e d’incanto il Professore di Diritto, l’avvocato del popolo, si è trasformato in navigato leader politico: “Io non avrò soltanto il compito di guidare il governo. Io dovrò fare in modo che quella tra Cinque Stelle e PD non sia semplicemente una somma, ma un amalgama, una sintesi, una coalizione”.
Così ha dichiarato Conte nel profondo travaglio della crisi dello scorso Agosto.
I siciliani di una certa età ricordano ancora il celebre detto di Stefano Massimino, l’indimenticato Presidente del Catania degli anni 60 che al giornalista che gli faceva notare la mancanza di amalgama della squadra rispose “ditemi dove gioca e io lo compro”.
In effetti il Presidente Conte ha puntato tutte le carte su un “amalgama” ben noto nel mondo della politica per gli eccezionali effetti terapeutici che produce sulla vita parlamentare: la paura del voto anticipato. A nessuno deve essere piaciuta la sparata di Salvini di porre fine nella calura agostana alla legislatura in corso. Ed ecco che, seppur tra spietate e inconfessabili lotte di potere per il predominio nel Pd, lacerato tra il controllo renziano dei gruppi parlamentari e quello politico del partito saldamente in mano agli uomini di Zingaretti, tutti quelli che contano, ad eccezione di Calenda, hanno convenuto sul fatto che l’unico vero obiettivo da perseguire era quello di evitare il ritorno alle urne.
Primo fra tutti Renzi, il piĂą deciso nel ritenere ora possibile quel che prima si riteneva improponibile. In effetti, in caso di elezioni anticipate tra mancate riconferme nelle liste dei suoi ad opera di Zingaretti e con la sicura diminuzione degli eletti tra le fila del Pd, per il Senatore fiorentino si prospettava una drastica e forse irreversibile riduzione di consensi e di influenza nel partito.
Ma il panico era ancora più forte tra i ranghi pentastellati dove un pericoloso vuoto di potere si andava creando a causa di una crescente fronda contro Di Maio, non solo a causa delle recenti ripetute sconfitte elettorali, ma specialmente per il tradimento di Salvini, l’ex alleato di ferro. Nella sciagurata e funesta ipotesi di ritorno alle urne, qualche centinaio tra cittadini senatori e cittadini deputati sarebbero rimasti a casa, costretti ad un rapido ritorno alla brutale normalità della vita quotidiana, richiamati d’un sol colpo a rientrare in quella ordinarietà che avevano lasciato tra incredulità e rapida esaltazione per essersi catapultati al ruolo di “apriscatole del sistema e protagonisti del governo del cambiamento”.

Una percezione ha avuto da subito Conte, che l’istinto di conservazione dei gruppi parlamentari avrebbe avuto il sopravvento su ogni contrastante valutazione di opportunità politica e di richiamo alla coerenza. Certo il fulmineo cambio di alleanze per il quale non ha lesinato sforzi, dimostrando inaspettate e inattese risorse, gli ha assicurato un posto di rilievo, anzi d’onore tra gli epigoni del trasformismo, ma bisognava correre il rischio.
Si racconta di drammatiche riunioni tenute dall’entourage ristretto dei fedelissimi di Di Maio che riferivano dei sentimenti di rivolta contro il capo politico del movimento: nessuno era disposto a pagare il prezzo autentico della nuova avventura elettorale che si preannunciava nefasta alla luce dei sondaggi. Poi, a fugare ogni dubbio che nelle tormentate ed insonni notti del trascorso Agosto lo assaliva, si materializzò nella mente di Conte il fantasma di Darwin. Il padre dell’evoluzionismo lo guidava con mano ferma sussurrandogli “non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella più pronta al cambiamento”.
Conte d’istinto collegò il sogno di Darwin con l’indole inveterata di sopravvivenza propria della classe politica, anche dei cinque stelle e ne trasse la conclusione che nell’arte del governo il cambiamento delle alleanze di governo è la regola aurea per la conservazione della specie politica, anche di quella grillina.
Fulmineo, repentino, tempestivo, salvifico per la Repubblica, così i posteri avrebbero ricordato il suo atteggiamento e la sua vocazione al sacrificio di candidarsi a successore di se stesso. Sarebbe stato l’istinto di conservazione la molla capace di abbattere remore e dubbi, cancellare il ricordo del recente passato scandito da furibondi scontri d’aula contro il Pd e i suoi rappresentanti, capace di imporsi su ogni ragionamento fondato sulla storia del movimento e sulle sue iniziali connotazioni di forza antisistema.
E così Conte che all’atto del suo primo governo aveva dichiarato che tra qualche mese sarebbe tornato a fare il Professore vestì i panni del grande statista: “Inizia una nuova fase”, “Non lasciate i sogni nel cassetto”, “Puntiamo a un nuovo umanesimo”, come ha scritto Ferruccio De Bortoli sul Corriere a proposito degli impegni del governo “Manca solo una generale promessa di felicità per completare il quadro immaginifico di questa commedia estiva della politica”.
Certo le squadre messe in campo sono completamente diverse e il movimento rischia di uscire con le ossa rotte dal confronto il Pd. Competono due modi diversi di concepire la politica; la prima squadra quella del Pd fatta di politici di lungo corso, con conoscenze e competenze assodate, di formazione quasi gramsciana, al governo del paese niente improvvisazioni e niente dilettanti, sotto la guida dell’esperto e navigato Franceschini, il capo delegazione. La seconda compagine con numerosi dilettanti, ministri e vice privi di esperienza sotto la guida di Di Maio, la cui designazione come ministro degli esteri ha lasciato di stucco tutte le cancellerie mondiali.
Un equilibrio difficile, dove tutto può crollare alla prima reazione scomposta.
Anche oggi la conquista o il mantenimento del potere conserva gli stessi fascinosi e seducenti caratteri di sempre. All’orizzonte si profilano copiosi incarichi di governo cui si accompagna la consueta sovrabbondanza di pretendenti, garanti, ricercatori, economisti, esperti, tutte riserve della Repubblica, con compensi per i quali da tempo non temiamo confronti.

Gaio Tranquillo

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