Assolto il sacerdote accusato di molestie sessuali

Redazione

Assolto il sacerdote accusato di molestie sessuali

giovedì 29 Gennaio 2026 - 09:10

Si chiude con una sentenza destinata a rimanere nella memoria civile del Paese, un capitolo di ingiustizia, sospetti e digitale giustizialismo.

Il Tribunale di Messina ha assolto Padre Claudio Marino, sacerdote rogazionista di 49 anni, dalla gravissima accusa di violenza sessuale con la formula più alta possibile: “perché il fatto non sussiste”.

Una decisione chiara, inappellabile nei significati e nella forza istituzionale che restituisce a un uomo, a una comunità e alla stessa idea di giustizia la dignità perduta di fronte a una campagna di condanne sommarie prima ancora che si facesse sentire la voce della verità processuale.
La vicenda, scoppiata nel quadro di un procedimento penale aperto nel 2024 per fatti che risalivano all’estate 2022 all’interno dell’Istituto antoniano “Cristo Re” di Messina, si è trasformata in una sorta di processo parallelo nei social network e nelle piazze digitali: non a colpi di prove e contraddittorio, ma di sentenze già scritte e condanne già pronunciate fuori dall’aula.
Una sentenza che pesa più di mille parole
Il Tribunale, dopo aver esaminato con rigore tutte le evidenze, non ha trovato alcun elemento che potesse reggere la tesi accusatoria avanzata dall’accusa. L’assoluzione piena sancisce non solo l’insussistenza dei fatti, ma ribadisce con fermezza un principio costituzionale a volte dimenticato: si è innocenti fino a prova contraria, non fino alla prossima opinione pubblica.
In un passaggio della sua dichiarazione pubblicata sulla propria pagina Facebook, Padre Claudio ha condensato con sobrietà e intensità ciò che migliaia di parole non avrebbero potuto esprimere meglio:
«Non posso raccontare quello che sento in queste ore… è come ricominciare a vivere. È troppa la gioia che sento… dopo otto mesi agli arresti domiciliari per l’accusa di un vile gesto mai compiuto né mai pensato lontanamente. Sono stato crocifisso, messo alla gogna, mi hanno augurato un tumore e i mali peggiori… Io benedico tutti e perdono tutti, anche chi mi ha accusato. Ringrazio le tantissime persone che mi sono state vicine… Ricordatevi che dietro un indagato c’è sempre una mamma, una sorella, una famiglia innocente… Dio vi benedica tutti.»
Quelle parole, pronunciate con la gravità di chi ha vissuto l’esperienza dell’essere giudicato dal rumore e non dai fatti, sono molto più di un ringraziamento: sono un richiamo alla responsabilità collettiva, un invito a non confondere la velocità delle opinioni con la lentezza necessaria della verità.
La voce di chi ha vissuto la verità ogni giorno
Accanto a lui, con un peso umano difficilmente fraintendibile, c’è stata la voce di Saverio Todaro, che ha pubblicamente chiamato Padre Claudio “papà” — perché nella vita di entrambi non c’è mai stato solo un rapporto di amicizia, ma un legame di affido, di famiglia, di scelta reciproca. La sua testimonianza, resa con la sincerità che solo chi ama può esprimere, non è un commento qualunque, ma una dichiarazione di fede nella dignità di un uomo:
«Oggi mio padre, Claudio Marino, è stato assolto. Assolto. Non secondo qualcuno. Non forse. Assolto da un Tribunale. Per anni ho visto gente trasformarsi in giudice, giuria e boia da tastiera. La Giustizia non urla. Non insulta. Non fa spettacolo. Arriva. E quando arriva, pesa… Questa non è solo una sentenza. È la restituzione pubblica della dignità di un uomo… io sono fiero di chiamarti padre.»
Le parole di Saverio non parlano di teorie o di tifoserie: parlano di vita condivisa, di affetto profondo, di una testimonianza che resta quando tutto il resto è rumore.
Oltre i titoli di cronaca: umanità, giustizia, responsabilità
Questo caso non si chiude qui come una semplice vicenda giudiziaria. Si chiude come uno spartiacque tra chi giudica senza conoscere e chi sa quanto pesa una vita, una reputazione, una vocazione ingiustamente sospesa nel giudizio pubblico. Accanto alla famiglia, ai confratelli, alle Suore Figlie del Divino Zelo, alle Suore Figlie di San Paolo di Napoli, agli amici della Polizia di Stato e a quanti lo hanno accompagnato nel suo ministero pastorale e umano, la comunità intera resta testimone di una verità che ha tardato, ma non ha mancato il suo obiettivo: restituire dignità a chi ne era stato privato senza evidenze concrete.
Una lezione oltre il tribunale
Quando si parla di giustizia, non si tratta mai di semplice diritto: si tratta di vite. E quando il diritto si allontana dai fatti e il giudizio si posa sulle emozioni o sulle narrazioni, ciò che si offende non è solo chi è sotto processo — è il cuore stesso della democrazia. La sentenza del Tribunale di Messina non si limita ad assolvere un uomo: restituisce alla comunità un principio che vale più di mille opinioni gridate.

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