Andreotti, Conte e Cincinnato

Plutarco nei  “Moralia” individuò due distinte categorie di politici: nella prima fa rientrare “coloro che cadono nella politica accidentalmente e contro ogni aspettativa, come in un pozzo, sono presi da sconforto e pentimento”, nella seconda “coloro che vi  scendono con preparazione e discernimento, governano gli impegni e non si tormentano per nulla”.

Andreotti  è certamente da annoverare nel secondo gruppo. La capacità di Andreotti  di districarsi tra i mille risvolti del potere della prima repubblica rimane leggendaria. Stupefacente era la sua intelligenza, eccezionale la precocità intellettuale e politica, inimitabile la sua capacità di lavoro;  era solito alzarsi all’alba e le luci del suo studio di Piazza San Lorenzo in Lucina erano accese sin dal primo chiarore del giorno. Entrò in parlamento nel 1948, non ancora trentenne, per non uscirne mai più, la sua memoria era emula di quella che la storia attribuisce a Pico della Mirandola.

Una figura che ha attraversato tutte le stagioni della politica italiana dalla costituente fino all’epilogo  di mani pulite. A latere le sue folgoranti battute, la sua faccia capace di celare ogni recondito pensiero e di rimanere impassibile di fronte alle situazioni più critiche e scabrose che non lo risparmiarono durante la interminabile carriera.

Nel 2018, a seguito della inaspettata entità di consensi ottenuta alle elezioni politiche, i dirigenti pentastellati  tenuti ad assumersi  responsabilità di governo, con il pieno avallo di Peppe Grillo, pescarono il nome di Giuseppe Conte per la guida del nuovo esecutivo.

Volendo tornare a Plutarco, Conte è certamente da includere tra  coloro che nella politica cadono accidentalmente e contro ogni aspettativa. Fino a quel momento nessuno si era imbattuto in quello sconosciuto docente universitario di diritto originario di Appula Volturara, un piccolo centro della Daunia preromana, oggi  provincia di Foggia. Estraneo al mondo politico incarnava perfettamente  il mantra pentastellato che richiedeva quale prerequisito per lo svolgimento di incarichi politici, anche di altissimo livello, quello di non averne mai ricoperti prima.

L’esordio nei palazzi della politica fu travolgente e per certi aspetti stupefacente. Il nuovo premier vestì da subito i panni dell’angelo vendicatore, anzi coniò per la sua augusta persona alcuni termini che spadroneggiarono per qualche giorno sulla stampa nazionale ed estera: avvocato del popolo, artefice del nuovo rinascimento. Pose da subito il suo governo alla guida del cambiamento che avrebbe  fatto  dimenticare i misfatti della Prima Repubblica. Un’enfasi da manuale,  esplosiva la sintesi tra populismo e sovranismo di cui il premier si era fatto garante. L’entusiasmo fu tale che qualcuno meno incline alle suggestioni del momento lo paragonò a Kunt, il famoso marziano, frutto della fantasia di Flaiano, che atterrato a Roma nel 1954 venne colto da improvvisa quanto aleatoria notorietà.

In apparenza tutto bene e soprattutto in linea con i canoni del movimento di Grillo; il governo doveva “aprire e rivoltare i sacri palazzi  del potere romano come una scatoletta”. In fondo si trattava di un premier giovane, elegante, con un eloquio fluente, un professore strappato al suo onesto e sudato incarico di docente e che aveva aderito al pressante invito rivoltogli  dalla nuova classe politica. Lui, riservato e poco avvezzo alla ribalta si schermiva dicendo di aver accettato l’incarico per mettersi al servizio del  paese  e uscire da una situazione di blocco creatasi dopo il voto.  Conte era riuscito nell’intento di far nascere  un governo basato su un contratto intercorso tra forze contrapposte e che fino a poco tempo prima non si erano risparmiate improperi, accuse e insulti. Tutto in linea con le sue assodate competenze giuridiche. L’incarico – come dichiarato dallo stesso Conte –  era stato accettato “con umiltĂ , ma anche con determinazione, con passione e abnegazione di chi comprende il peso delle altissime responsabilitĂ  che gli sono affidate”.

Certo la maggioranza gialloverde era un poco forzata, non omogenea, ma comunque ritenuta utile a superare lo stallo istituzionale. Il discorso iniziale del primo governo Conte era stato messianico: l’Italia si apprestava a vivere una nuova era caratterizzata dal sopravvento dell’etica e della morale rispetto alle prevaricazione e alle  scorribande esercitate dai partiti della prima repubblica; adesso si sarebbe agito “con disciplina e onore mettendo da parte convenienze personali e dimostrando di meritare tali gravose responsabilità”. A corollario di tutto la dichiarazione di qualche tempo dopo che, per quanto lo riguardava,  “si sarebbe  in trattato  di una parentesi   breve”destinata ad esaurirsi con la conclusione dell’esperienza di governo.  Occorreva  tornare indietro nei secoli  per individuare una figura che potesse somigliare alla sua.

Un vero salvatore della patria in pericolo, un nuovo Cincinnato  era finalmente riapparso sui colli di Roma a distanza di quasi 2500 anni dal primo.

E adesso?

Da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto il lessico, l’approccio con il potere  e il  modus operandi. Alla fine si è ritornati alle solite prassi che si dovevano estirpare e combattere, si continuano a spartire posti e sottogoverno, archiviato anche lo streaming, moderna evocazione delle forche caudine che aveva dovuto subire il pur mite Bersani.

Il potere continua a fare gola, i cacciatori di poltrone non mancano, auto blu e scorte imperversano come prima. Tra le ovattate stanze dei palazzi romani si configurano alleanze, si decidono nomine e poltrone pesanti. Non mancano i superuomini di governo, tra questi il mitico Arcuri, preposto, con poteri mai concessi ad altri, ad affrontare l’emergenza Coronavirus. Alla fine  il potere con i suoi riti,  i suoi simboli, il suo lusso mai mitigato,ha avuto il sopravvento; sono cambiati solo i protagonisti, ma il sistema  ha imposto i propri consueti canoni.

Anzi Conte, il giovane premier venuto dal nulla, a digiuno di elezioni e di qualsiasi precedente esperienza politica e di governo ha dimostrato una sorprendente capacità di adattarsi alle consuetudini e alle  dimestichezze della migliore scuola democristiana, quella dorotea e andreottiana. Un principe del trasformismo. Morta la prima formula, quella gialloverde per iniziativa della lega che era stata uno dei contraenti del mitizzato contratto di governo,  lo stesso Conte in tempi record si era posto alla guida di un nuovo governo ma con programmi  e propositi  di segno completamente diverso. Con  impassibile sicumera, a distanza di qualche giorno, dismesso l’abito del demagogo  populista e sovranista, Conte ha interpretato alla perfezione il nuovo copione non lesinando metaforiche ma robuste legnate   aSalvini, l’alleato di qualche giorno prima. Una visione delle alleanze politiche  che è apparsa puramente strumentale a prescindere dai fini e dai contenuti.

E’ di questi giorni la ricerca spasmodica di nuovi sostenitori, costruttori a sostegno della traballante coalizione di governo ma con serie incognite sull’esito finale.

L’azione di chi esercita un potere è sempre guidata da un’etica di fondo, ne ispira l’azione politica e i comportamenti.  I risultati di queste condotte esprimono la   più o meno bene propensione al comando e al governo. Capire oggi quale sia il motivo di fondo  che guida l’azione del governo è cosa improba: nessuna definizione delle priorità, degli strumenti, della tempistica e delle verifiche necessarie. Una mera elencazione  di obiettivi  è sicura garanzia di insuccesso e fallimenti.

Quel che appare strano è questo accanimento a voler comunque rimanere in sella, a tutti i costi, cercando, quale primario obiettivo quello di inquadrare in maniera organica piccoli  gruppi di parlamentari rimasti orfani  delle originarie formazioni di appartenenza. A  detta degli storici durante i secoli delle signorie le soldataglie di ventura, pur in presenza di valorosi capitani, assicurarono vittorie e sicurezza  solo in presenza di disciplina efedeltà. E’ di tutta evidenza come, venuta meno la disciplina, l’unico vero obiettivo di numerosi parlamentari sia quello di far durare la legislatura fino al 2023. Fedeltà certo, ma al servizio del proprio tornaconto. La pandemia imperversa, l’economia langue ma per alcune centinaia di componenti dei due rami del parlamento la preoccupazione è ben altra. Tra il taglio del numero dei parlamentari, ormai assodato e le previsioni dei sondaggisti, il vero spavento è quello  di dover tornare alla vita di prima.

Nessuna voglia di emulare Cincinnato.

Ecco allora che tra un’emergenza e l’altra l’unico vero imperativo del governo diventa quel  “primum vivere, deinde filosophari” di antica sapienza latina. Un parlamento così numeroso rimarrà un ricordo da consegnare alla storia e molti, a prescindere dal merito,non ritorneranno.

La paura della fine anticipata della legislatura è il collante  formidabile che si insinua in maniera trasversale e alla fine  annulla e annienta anche i propositi più nobili e casti. Su paure analoghe si è fatto affidamento altre volte nella storia delle istituzioni parlamentari, ma Conte il ricorso a certe pratiche lo aveva condannato duramente escludendolo in maniera imperiosa dal proprio agire. Forse  i rivoluzionari a cinque stelle solo inizialmente pensarono di voler guidare l’offensiva  contro i  palazzi della politica, poi una volta entrati, raggiunto il luogo di destinazione,  si sono adagiati su quell’ Hic  Manebimus Optimedi eterno valore.      

Così dal primo governo lo stesso premier è passato al bis e non disdegna il ter, tutto senza soluzione di continuità.  I compagni  di governo a turno, ieri Salvini  e oggi Renzi, con ingenuità e poca lungimiranza si sono fatti fuori da soli.

Il potere logora chi non ce l’ha motteggiava il divo Giulio, descrivendo il crudo realismo della politica e la parabola del potere. Mai commise l’errore di autoeliminarsi dal  proscenio del governo per motivazioni che ai più e alla gran parte dei cittadini potevano apparire allora  ed ancora oggi sempre poco chiare.

Il copione non è mutato, per ricacciare l’instabilità vanno bene  i messaggi trasversali e accattivanti che invitano ad accostarsi al governo, rivolti quasi sempre ad incertam personam.  L’esecutivo sarà prodigo anche nei confronti dei nuovi arrivati, mentre riserverà asprezze, sarcasmo quando non indifferenza  e impassibilità nei confronti dei precedenti compagni di cordata oggi  bollati come traditori. Una metamorfosi fulminea quella subita da alcuni, nel caso di Renzi, da depositario di capacità divinatorie nell’estate del 2019, e ancor prima nel 2014, ad appestato e bastian contrario in grado  di scatenare tempeste e marosi nelle placide acque del governo.

La leggenda racconta che i consoli trovarono Cincinnato mentre arava un campicello, non aveva alcuna voglia di lasciare le sue amate occupazioni ma prevalse il senso dell’onore e la necessità di preservare la patria in pericolo. L’incarico fu breve e si narra che dopo soli sedici giorni, ottenuta la vittoria sugli  Equi, ritornò alle precedenti occupazioni.

Cincinnato è lontano e certa storia o leggenda che sia mal si adatta al  disincanto dei nostri giorni. Oggi i buoni propositi si fermano alle parole  e  come sostenuto da Cioran il potere ha una straordinaria capacità di trasformare gli uomini, “accedere al potere è come portare un’uniforme invisibile e quando si porta non si è più gli stessi”.

Gaio Svetonio Tranquillo

Condividi




Change privacy settings