Sicilia metafora del declino. Di Pericle

La Sicilia, terra ricca di storia, arte, cultura e bellezza occupa in ogni indagine statistica gli ultimi posti delle classifiche socioeconomiche delle regioni europee. È un dato costante che dovrebbe provocare vergogna e indurre riflessioni. Vergogna e riflessioni sono invece sostituite da vittimismo, apatia e supponenza. Vi è una copiosa letteratura che, attribuisce tale condizione di atavica cenerentola, sempre al destino cinico e baro, agli usurpatori e a quanti nei secoli fino ai nostri giorni hanno avuto le leve del potere e governato il Paese. Attribuire agli altri tutta la colpa dell’indigenza economica, della disoccupazione giovanile, del degrado ambientale, della assenza di infrastrutture, della arretratezza civile ed economica che caratterizzano la Sicilia, non aiuta assolutamente a risalire la china e ad arrestare il declino.

Forse dovremmo riflettere e analizzare con razionalità e animo sgombro da sterili pregiudizi i motivi profondi e reali causa di questo stato misero e gramo. Due esempi possono aiutare a sconfiggere il vittimismo suicida che caratterizza l’indole sicula: il Nordest del Paese e la Spagna. Veneto e Friuli sono state terra di emigranti e di eventi sismici devastanti: da un decennio sono la locomotiva economica d’Italia. Città, paesi e borghi sono giardini fioriti meta di turismo nazionale e internazionale e, nonostante la crisi del 2008, non conoscono disoccupazione, indigenza, sporcizia e strade dissestate. Tali regioni pullulano di eventi culturali e sono additate come esempi virtuosi e di eccellenza del welfare state. Eppure sono state regioni caratterizzate da malaria e pellagra. La Spagna dopo la guerra civile, sanguinosa e crudele faida fra consanguinei, è stata vittima per decenni di una dittatura che l’ha esclusa dal mondo socialmente ed economicamente. Nonostante ciò, oggi il Paese iberico, evidenzia uno charme urbanistico, culturale e turistico affascinante al punto da essere divenuto un brand. Questi due esempi dovrebbero fungere da stimolo per superare il patologico vittimismo e dare impulso a vincere abbandono e apatia.

Costantinos Kavafis, uno dei più grandi poeti del ‘900, sia fonte di ispirazione: “…quando ti metterai in viaggio devi augurarti che la strada sia lunga…Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso, già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

I Siciliani sembrano apprezzare invece la poetica di Faraone, Cancelleri, Di Stefano, D’Uva, Villarosa e Giarusso tutta incentrata su statalismo e assistenzialismo. È una scelta che confligge con Itaca, perpetua l’atavico vittimismo e peggiora il declino.

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