Trattativa Stato-Mafia, Pm Petralia indagato contesta parola depistaggio

Nella lunga intervista al quotidiano catanese “la SICILIA“, il procuratore aggiunto di Catania Carmelo Petralia, indagato per concorso in calunnia aggravato dall’aver favorito Cosa nostra nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio per la strage di via D’Amelio, torna ad attaccare “quella grancassa mediatica che fa seguito a ogni dichiarazione della signora Fiammetta, che a indagare erano persone impreparate, che non capivano nulla di mafia, che erano gli ultimi arrivati della magistratura requirente”. Petralia replica: “Non eravamo tutto ciò, è stucchevole autocelebrarsi, ma basta ricordare anche i soli processi nati dalla collaborazione di Calderone che avevano determinato a Catania le indagini collegate con quelle condotte a Palermo da Falcone. A Caltanissetta nel ’92 si partiva da zero. E’ facile oggi denigrare, offendere e avanzare sospetti. Chi arriva per l’ultimo sa sempre molto di piĂą di chi è arrivato primo, ma ciò non autorizza a gettare fango, ad avanzare accuse di collusione. Tutti noi oggi sappiamo molte piĂą cose di quante ne sapesse Aristotele ma non per questo siamo piĂą intelligenti di lui”. Poi, il pm, riferendosi al processo ‘Borsellino Quater’, interviene su quella che definisce la “pietra angolare di questa accusa, il passo della sentenza in cui suo redattore dice ‘tutti gli atti di questo processo devono essere trasmessi alla procura per verificare se oltre a quelle dei tre poliziotti ci sono responsabilitĂ  di altri soggetti, in questo caso dei magistrati”.

“Per cosa? Per una cosa – continua Petralia – che nei passaggi della sentenza viene ripetutamente chiamata ‘depistaggio’. Senza entrare nel merito delle indagini in corso a Messina (la procura che ha indagato Petralia, ndr), contesto l’uso semanticamente inappropriato di questo termine. Depistaggio significa che in presenza di una pista che io conosco ne seguo consapevolmente un’altra. Così non è stato, ad ogni veritĂ  si arriva faticosamente e per gradi. GiĂ  nel 1996-1998, con l’ampliarsi del patrimonio conoscitivo dovuto a molte nuove collaborazioni, la ricerca di cosiddetti mandanti esterni mi aveva portato all’iscrizione di Bruno Contrada e poi, ancora, a proporre l’iscrizione di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per concorso in strage. L’esito di queste indagini, alle quali non partecipai essendo rientrato alla procura nazionale, è noto. Ma se sono un depistatore…”.

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