Riflessioni sui poteri dello Stato. Di Pericle

I Padri costituenti quando scrissero la Costituzione ebbero come stella polare la democrazia e predisposero una divisione dei poteri allo scopo di impedire derive autoritarie e assolutistiche. Essi, definirono diritti e doveri e conferirono a tre poteri distinti compiti e funzioni. Tre poteri indipendenti ed autonomi che, in quanto tali, avevano lo scopo  di prevenire prevaricazioni , anzi erano stati opportunamente congegnati in modo da essere dei contrappesi  per garantire  il funzionamento dello Stato e tutelare diritti e doveri dei cittadini. Si tratta del potere legislativo (parlamento), del potere esecutivo (governo) e del potere giudiziario (magistratura). Negli anni si è aggiunto un altro potere (la stampa) che “avrebbe dovuto” essere il cane da guardia della democrazia e voce dei cittadini. Senza tema di smentite, il cosiddetto quarto potere non ha assolto questo compito!

Dopo tangentopoli e la nascita del governo gialloverde si è assistito ad una evaporazione dei contrappesi, ora da parte della magistratura ora dell’esecutivo. Complici leggi elettorali (Porcellum e Rosatellum), i rappresentanti del popolo cioè i parlamentari, sono ridotti a controfigure prive di anima e di dignità: eseguono ciò che i cosiddetti leader impongono, e le rare voci critiche sono messe al bando con processi sommari che farebbero impallidire anche la Sacra Inquisizione. Le Camere dei rappresentanti del popolo (i parlamentari)  non decidono e non legiferano, supinamente approvano ciò che l’esecutivo cioè il governo decide. È la fine della Repubblica parlamentare. Innumerevoli esempi possono essere citati: da ultimo la legge di stabilità che è stata approvata senza che deputati e senatori potessero leggerla. È un vulnus della democrazia di enorme gravità che a breve avrà conseguenze catastrofiche, ma di questo abbiamo ampiamente scritto in precedenti editoriali. Oggi sentiamo il dovere morale di suscitare riflessioni sull’azione del potere giudiziario.

Complice la evaporazione della classe dirigente e la campagna di denigrazione costante nei confronti dei rappresentanti politici, la magistratura ha assunto un ruolo centrale nella vita del Paese. È innegabile che alla magistratura è riconosciuto un ruolo fondamentale in uno Stato democratico e nella dinamica civile di una società.

Il compito che la Costituzione attribuisce al potere giudiziario è quello di amministrare la giustizia secondo un codice che il potere legislativo ha stabilito. La magistratura deve quindi vigilare, monitorare e sanzionare solo su questo. Le indagini, i proscioglimenti, le assoluzioni e le condanne debbono rispondere solo ed esclusivamente alla legge scritta e definita nei codici. Non è compito del magistrato interpretare secondo il proprio know-how.

Il magistrato non è, nell’ambito delle sue funzioni, uno scultore o un pittore che segue estro e fantasia. È un tecnico che conosce il codice civile e penale e lo applica senza pathos o pregiudizio ideologico, come  un chirurgo, decide in base a norme, esperienza, conoscenza e coscienza. Al chirurgo si imputa, però, negligenza, imperizia ed imprudenza mentre al magistrato non si può imputare nulla. Si dice infatti “le sentenze debbono essere accettate e non criticate”. Negli ultimi decenni, tuttavia, la magistratura ha voluto sostituirsi anche al potere legislativo. Da qualche giorno è stato approvato il DL Sicurezza: il parlamento su proposta dell’esecutivo ha approvato questa legge. Chi scrive, ritiene Salvini il più grande bluff planetario e i 5Stelle la quintessenza della incompetenza, ambedue tuttavia legittimamente governano e promulgano leggi secondo una loro visione della società e dello Stato.

Succede che, il presidente dell’Anm, esterni la non costituzionalità del decreto e, come in un recente passato,  la corporazione dei magistrati si erge contro qualunque riforma della giustizia. Sarebbe opportuno chiedersi: perché gli insegnanti, i medici, i pensionati e qualunque altra categoria sociale non hanno il diritto di bloccare leggi che non condividono? Questo interrogativo non è lana caprina e richiede una riflessione! È possibile che i rappresentanti del popolo ( eletti dai cittadini) siano sordi nei confronti degli elettori e siano invece  “molto attenti” nei confronti della magistratura che non è un corpo elettivo? Perché una sentenza deve “essere accettata e rispettata”, mentre una legge può “essere criticata e messa in discussione” dal potere giudiziario? 

Sono interrogativi che la Carta Costituzionale impone e la democrazia richiede. Almeno che i magistrati, come in altri ordinamenti costituzionali (USA), non siano emanazione di un voto popolare. In questo caso avrebbero il diritto di intervenire sul potere esecutivo e sul potere legislativo. Ciò comporterebbe non “un ruolo a vita” ma un “ruolo elettivo”. La qualcosa non piace al potere giudiziario.

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