De Luca indossa i panni del liquidatore di Messina

Che il sindaco Cateno De Luca nell’ultima settimana abbia dato i numeri, è chiaro ed evidente a tutti. Anche a chi non capisce un fico secco di bilanci. Giusto De Luca che parla di bilanci farlocchi quando il prossimo mese ci sarà l’appello della Procura per i fattacci della Fenapi, ci sembra un po’ avventato.

Che il Comune di Messina non goda di buona salute è cosa arcinota ai messinesi.

Detto questo andiamo all’argomento di oggi, o meglio al dilemma “Dissesto sì, dissesto no”. Il tema è tornato di strettissima attualità dopo che il sindaco l’ha “rispolverato” per la sua propaganda.

Il piano di riequilibrio della giunta-Accorinti, per quanto non possa piacere, è stato validato dal Ministero dell’Interno. Lo diciamo a beneficio di quanti oggi credono, o sono stati indotti a crederlo, che il piano sia farlocco, così come i bilanci delle precedenti gestioni. E qui tocchiamo un altro tema caldo che coinvolge l’intero Consiglio comunale. Il sindaco ha chiesto la collaborazione del Civico consesso tant’è che i consiglieri, come soldatini semplici, hanno approvato nelle scorse settimane il previsionale 2018-2020. Salvo poi, sempre il sindaco, denunciare “urbi et orbi” che quel bilancio è palesemente falso. Ammesso che lo sia, i consiglieri sono stati complici.

L’incontro di ieri con le parti sociali ha messo in chiaro quelle che sono le intenzioni del sindaco. Da un lato la minaccia del dissesto, un’autentica iattura per la città, dall’altro una manovra lacrime e sangue. De Luca chiede l’appoggio del Consiglio e delle cosiddette parti sociali (sindacati, ordini professionali, associazioni datoriali ecc.), caso contrario minaccia le dimissioni.

Il sindaco sta indossando i panni del liquidatore di Messina; a leggere le misure che intende adottare non c’è da aspettarsi nulla di buono.

Se è vero che ha ereditato una situazione economico-finanziaria spaventosa, è altrettanto vero che lo sapeva prima del suo insediamento ed aveva l’obbligo di proporre misure sostenibili tendenti ad evitare il dissesto, tenendo conto del debole equilibrio economico-sociale su cui si regge Messina.

De Luca intende “rottamare” le società partecipate, nel senso che intende aprire ai privati, e questa potrebbe essere una buona soluzione, a condizione che non si perda un solo posto di lavoro.

Ma le misure del “Salva Messina”, prevedono anche dell’altro, come la contrazione dei servizi a domanda individuale, lo stop alle esternalizzazioni e soprattutto un incremento delle entrare attraverso i tributi locali.

Qualcuno gli spieghi che i tributi locali sono al massimo, trattandosi di un Comune in pre-dissesto. Nelle misure illustrate (ma non escludiamo possano essere previsto), non si fa riferimento al recupero dei crediti derivanti dalla cosiddetta Cosap, né si parla di nuove tariffe.

Del resto De Luca dovrebbe sapere che Palazzo Zanca ha contenziosi che superano diverse centinaia di migliaia di euro con commercianti che non pagano da anni. Uno in modo particolare, rappresentante di categoria.

Invece, il piano contiene misure tendenti a recuperare soldi togliendoli a categorie deboli. Questa si chiama ingiustizia.

Tenuto conto che oggi De Luca non è più credibile con il balletto dei numeri, gli consigliamo di aprire la questione a professionisti e docenti universitari. Se è vero che Messina rischia di saltare per aria è anche vero che c’è bisogno di tutti. Il sindaco si faccia promotore dell’apertura di un tavolo permanente che possa coinvolgere l’Ordine dei dottori commercialisti e l’Università, poi si faccia certificare i bilanci e si individuino, tutti assieme, le misure necessarie per salvare veramente Messina. Il dentro o fuori non funziona più. I messinesi non gli credono più.

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