“La metafisica nell’anima”: un viaggio tra le opere di de Chirico

Aveva proprio ragione Umberto Eco quando affermava che l’opera d’arte è un messaggio ambiguo formato da un solo significante ma da una pluralità di significati. E se per Giorgio de Chirico “Le muse inquietanti” raffigurava sullo sfondo il celebre Castello Estense di Ferrara, città nella quale visse durante la Grande Guerra dopo essersi arruolato come volontario; ciò che vede Antonello Pizzimenti è invece il lussuoso Hotel Miramare di Genova, città in cui trascorse l’intera prima giovinezza. Un significante e una pluralità di significati, dicevamo. Ma chi è Pizzimenti? E soprattutto perché abbiamo accostato il suo nome a quello di de Chirico? Mentre quest’ultimo non necessita infatti di troppe presentazioni (de Chirico è vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900 ed è stato il principale esponente della corrente artistica della pittura metafisica, e in particolare le sue opere sono caratterizzate dalla rappresentazione di grandi piazze desolate con al loro interno diversi elementi inusuali), vale la pena invece approfondire meglio chi sia Pizzimenti: nato nel 1984 a Genova da genitori messinesi, dopo aver completato gli studi scolastici nel capoluogo ligure e a seguito di una breve esperienza come giornalista presso una testata locale, nel 2006 si trasferisce a Messina con la sua famiglia, città nella quale vive tutt’oggi. Pizzimenti è balzato recentemente agli onori della cronaca messinese per essere giunto tra i finalisti nella sezione saggi del premio “Giuseppe Borgese” 2019 con il suo saggio inedito “La metafisica dell’anima”, dedicato appunto alla figura di Giorgio de Chirico.

In particolare, l’opera si propone di analizzare la vena artistica di de Chirico tramite una personale e libera interpretazione da parte dello scrittore. In tal senso, risulta parecchio interessante la parte finale del volume, nella quale Pizzimenti ripercorre alcune piazze caratteristiche del nostro paese prendendo spunto dalle raffigurazioni dell’artista, consentendo così al lettore di fare un viaggio virtuale.

“Ciò che mi ha spinto a scrivere questo saggio – spiega Pizzimenti – sono i ricordi dell’infanzia, trascorsa interamente a Genova. Tra i vari autori studiati sui banchi di scuola, quello che ha destato maggiormente la mia attenzione è stato proprio de Chirico: infatti, molte delle sue opere mi ricordavano diversi palazzi sorti tra gli anni ’20 e ’30 nella piazza Vittoria di Genova. Da qui l’idea di ripercorrere con il mio saggio la storia di alcune piazze italiane prendendo spunto dalle raffigurazioni dell’artista. L’opera è stata inoltre l’occasione per rendere omaggio all’Italia, un paese che come ben sappiamo è ricco di storia e arte”.

Oltre ai piazzali ripercorsi da Pizzimenti sulla scorta delle opere di de Chirico, il saggio dedica anche ampio spazio ad una serie di riflessioni sulle raffigurazioni dell’artista. Nel dettaglio, dopo una prima descrizione oggettiva di tali opere, lo scrittore amplia la veduta sulle stesse, accompagnandole con ragionamenti filosofici e personali. È il caso ad esempio de “La partenza degli Argonauti”, definita da Pizzimenti come la più importante opera di de Chirico sotto il profilo esistenziale: “Il vello d’oro raffigurato nell’opera – spiega lo scrittore – simboleggia il raggiungimento di una conquista: infatti, così come Giasone dovette appropriarsi del vello d’oro per riottenere il trono del padre, anche la nostra esistenza quotidiana ci pone di volta in volta degli obiettivi più o meno difficili da raggiungere. Un esempio potrebbe essere il caso di una persona per lungo tempo disoccupata che riesce finalmente a trovare un posto di lavoro”.

Giorgio de Chirico, La partenza degli Argonauti, 1922.

 

Condividi