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Quarant’anni fa l’omicidio che scosse la politica italiana. UniMe ricorda Aldo Moro

Quaranta anni fa Aldo Moro, esponente della Democrazia Cristiana, veniva ucciso dalle Brigate Rosse 55 giorni dopo essere stato rapito. Il suo corpo fu ritrovato dentro una Renault 4 rossa in via Caetani, strada simbolica: si trova infatti vicino all’allora sede della Dc, in piazza del Gesù, e a via delle Botteghe oscure, sede del Partito comunista italiano. Questa mattina l’Università di Messina ha invitato docenti, giovani studenti e cittadinanza a ricordare lo spessore politico di un statista protagonista in quegli anni di un’attività di dialogo quasi rivoluzionaria, capace di avvicinare fazioni politiche diametralmente opposte.  In sua memoria sta mattina l’Aula Magna ha ospitato una tavola rotonda dal titolo “A quarant’anni dall’omicidio di Aldo Moro”. Nel corso dell’incontro sono intervenuti il Rettore Salvatore Cuzzocrea, Giovanni Moschella, Prorettore vicario e docente di Istituzioni di Diritto pubblico ed il Luigi Chiara, Prorettore agli Affari Generali e docente di Storia contemporanea. Ospite dell’Ateneo peloritano il giornalista Marcello Sorgi.

“Sono molto contento – ha detto il Rettore – di poter ricevere le Autorità istituzionali di fronte ai tantissimi ragazzi presenti oggi per conoscere la storia di Aldo Moro. Per la mia generazione si tratta di un personaggio fondamentale. Siamo cresciuti con il suo ricordo e con l’immagine del suo volto e la bandiera delle Brigate Rosse alle spalle. Oggi l’Università e le altre istituzioni hanno il dovere di affrontare congiuntamente questa vicenda per tramandare ai giovani il suo esempio. La trasparenza deve rappresentare la normalità e non deve essere sbandierata, mi auguro che l’auspicio di Moro per una politica al passo con i tempi possa giungere oggi tanto al Governo quanto all’Università, centro di cultura e di dialogo leale e aperto”.

“Quella di oggi – ha dichiarato il prof. Moschella – non è una manifestazione retorica, ma un dovere sul piano della formazione studentesca, una maniera per infondere in loro il senso dello Stato nella sua più corretta accezione. Aldo Moro credeva fortemente nel suo progetto che voleva ridare slancio all’Italia con un atteggiamento all’insegna del dialogo e dell’inclusione”.

“Moro – ha commentato il prof. Chiara – era guidato da un forte sentimento di fiducia in quello che sarebbe stato un compromesso storico con il PCI (Partito Comunista Italiano). Era mosso dalla necessità e dalla volontà di dare una svolta alla storia repubblicana italiana ed al suo sistema politico, ingessato e in assenza di opposizione e logica dell’alternanza. Le armi prescelte dallo statista furono quelle della comprensione, della misura e della legittimazione dell’elettorato, fortemente diverso ma egualmente rappresentativo sia per la Democrazia Cristiana che per il Partito Comunista Italiano. La sua idea testimoniava il grande spessore dell’uomo prima ancora che del politico. L’auspicio è che il suo metodo possa essere recuperato dai leader politici di oggi”.

“Ho avuto la possibilità – ha chiosato Sorgi – di conoscere Aldo Moro ed alcuni dei personaggi dell’epoca. Ai tempi del nostro incontro lui era Presidente del Consiglio e fui incaricato di condurre da lui due scolaresche di bambini nati e vissuti nelle baracche del Belice. Il giorno del suo sequestro fui incaricato di scrivere un articolo con le reazioni a caldo dei giovani delle scuole palermitane e potei rendermi conto che molti studenti simpatizzavano per le BR. Il pezzo non fu mai pubblicato. A Roma, dove mi trasferì qualche mese dopo l’omicidio, questa ‘simpatia’ era ancora più radicata. Esistono due teorie sul delitto Moro: una è quella che si può definire ‘minimalista’, ovvero lo statista DC fu rapito e ucciso dalle BR senza complicità esterne; l’altra, invece, propugna la tesi secondo cui ci sono state delle spinte di carattere internazionale che supportarono sia il sequestro che l’eliminazione di Moro, all’epoca impegnato in un accordo per un Governo di unità nazionale; ciò per il timore di larghe intese e la conseguente occidentalizzazione del Partito Comunista. Questa seconda ipotesi ha preso corpo grazie ad alcune testimonianze ed al lavoro dell’esperto americano Steve Pieczenik, collaboratore del Comitato di crisi del Ministero dell’Interno. Secondo la sua indagine il ritorno di Moro da quella che era la ‘prigione del popolo’ sarebbe stata ben più destabilizzante della sua uccisione”.

Nel corso della tavola rotonda è stata ricordata, con uno scrosciante applauso, la figura del giovane giornalista e attivista Peppino Impastato, caduto vittima, della Mafia, in quella che è divenuta una delle date più nere della storia d’Italia.

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