{"id":272796,"date":"2026-08-21T20:09:03","date_gmt":"2026-08-21T18:09:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.messinaoggi.it\/website\/2026\/08\/21\/incontro-tra-due-sorelle-di-dolore-apre-la-47-edizione-del-meeting-di-rimini\/"},"modified":"2026-08-21T20:09:03","modified_gmt":"2026-08-21T18:09:03","slug":"incontro-tra-due-sorelle-di-dolore-apre-la-47-edizione-del-meeting-di-rimini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.messinaoggi.it\/website\/2026\/08\/21\/incontro-tra-due-sorelle-di-dolore-apre-la-47-edizione-del-meeting-di-rimini\/","title":{"rendered":"Incontro tra due \u201csorelle di dolore\u201d apre la 47^ edizione del Meeting di Rimini"},"content":{"rendered":"<div>RIMINI (ITALPRESS) &#8211; Due donne segnate dalla stessa giornata e da due sofferenze radicalmente diverse hanno aperto la 47esima edizione del Meeting di Rimini con una testimonianza nella quale il dolore non \u00e8 stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l&#8217;amicizia e la speranza. Nell&#8217;incontro &#8220;Il dolore, l&#8217;amicizia, la speranza&#8221;, svoltosi alle 12.00 nella sala D3, Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell&#8217;attentato, hanno raccontato il percorso che le ha condotte a cercarsi e a diventare &#8220;sorelle di dolore&#8221;. A introdurre l&#8217;incontro \u00e8 stato Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l&#8217;amicizia fra i popoli ETS, che ha ricordato i fatti del 26 luglio 2016: padre Hamel, 85 anni, fu assassinato al termine della Messa nella chiesa di Saint-E&#8217;tienne-du-Rouvray, vicino a Rouen; i due attentatori, tentando la fuga all&#8217;arrivo della polizia, furono uccisi. La notizia della morte del sacerdote raggiunse Roseline poco dopo, mentre Nassera apprese prima del coinvolgimento del figlio e, nel pomeriggio, della sua morte. Scholz ha presentato le ospiti come due donne capaci di rendere visibile che l&#8217;amore pu\u00f2 \u00abmuovere e trasformare le nostre esistenze in un modo del tutto imprevedibile\u00bb. La loro storia, raccolta nel libro &#8220;Sorelle di dolore&#8221;, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana, \u00e8 diventata una testimonianza pubblica sulla possibilit\u00e0 che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l&#8217;odio o l&#8217;isolamento.<br \/>\nRoseline Hamel ha ripercorso le ore trascorse con il fratello alla vigilia dell&#8217;attentato. Era arrivata con la famiglia il 25 luglio, giorno di Sant&#8217;Anna, per accompagnare padre Jacques durante la sua ultima settimana di lavoro prima delle vacanze. Quella sera avevano parlato anche della violenza estrema compiuta da giovani convinti di agire in nome della religione. Padre Hamel aveva osservato che quei ragazzi venivano manovrati \u00abcome delle marionette\u00bb fino a non riuscire pi\u00f9 a pensare con la propria testa, ad amare, a piangere o a riconoscere i genitori. Durante la cena aveva poi espresso una felicit\u00e0 insolita per lui: \u00abDevo comunicarvi una cosa importante: sono davvero felicissimo di essere qui a tavola con voi\u00bb. La mattina seguente Roseline sent\u00ec il fratello alzarsi, preparare il caff\u00e8 e uscire verso la chiesa. Poco dopo, mentre la famiglia faceva colazione, una telefonata chiese conferma di una presa di ostaggi. Roseline pens\u00f2 a uno scherzo e rispose che il fratello sarebbe tornato dalla Messa entro un quarto d&#8217;ora. Uscita di casa, trov\u00f2 le strade bloccate dalle forze dell&#8217;ordine e fu condotta con i familiari in un vicino locale di onoranze funebri. Per ore rimase fiduciosa: le sembrava impensabile che qualcuno potesse colpire un sacerdote anziano mentre celebrava la Messa insieme a parrocchiani per lo pi\u00f9 anziani. Poi una dipendente le comunic\u00f2 che una delle due vittime era morta e che si trattava di suo fratello. \u00abIo rimango scioccata, come se fossi stata colpita da un proiettile, come se un ordigno esplosivo fosse esploso in me\u00bb, ha ricordato. La giornata prosegu\u00ec in una condizione che Roseline ha descritto come una bolla, una dimensione parallela dalla quale attendeva ancora un lieto fine che non sarebbe arrivato.<br \/>\nAnche Nassera Kermiche ha ricostruito l&#8217;inizio di quella giornata. Aveva visto Adel verso le sette e mezza del mattino e lo aveva invitato a tornare a letto. Poco dopo ricevette la telefonata di una commissaria che le chiese se il figlio fosse in casa. Convinta che fosse ancora al piano inferiore, and\u00f2 a controllare e scopr\u00ec che era uscito. La commissaria le parl\u00f2 dell&#8217;attentato nella chiesa di Saint-E&#8217;tienne-du-Rouvray, senza darle altre informazioni. Nassera accese la televisione e mand\u00f2 una delle figlie verso la chiesa, ma l&#8217;area era completamente bloccata. Continu\u00f2 a sperare che Adel rientrasse, anche perch\u00e8 avrebbe dovuto essere a casa entro le 12.30 a causa di una restrizione. Alle 11.30 un giornalista arriv\u00f2 all&#8217;abitazione dicendo di aver sentito il nome Kermiche sul sagrato della chiesa. Con il trascorrere delle ore, l&#8217;assenza del figlio e le domande della polizia, l&#8217;angoscia aument\u00f2. Le forze dell&#8217;ordine perquisirono l&#8217;abitazione per quattro ore, tolsero telefoni e televisione alla famiglia e successivamente la condussero in commissariato. Fu l\u00ec che una poliziotta le disse: \u00abS\u00ec, \u00e8 coinvolto ed \u00e8 morto\u00bb. \u00abQuesta notizia ci \u00e8 davvero piombata addosso come se ci fosse crollato il cielo sulla testa\u00bb, ha raccontato. La tragedia produsse per Nassera anche un forte isolamento sociale. Per un mese la famiglia visse fuori casa, assediata dai giornalisti, mentre lei cercava incessantemente di comprendere come suo figlio avesse potuto prendere parte all&#8217;attentato. Tent\u00f2 presto di contattare le suore e i parrocchiani presenti in chiesa, ma comprese che il trauma era ancora troppo recente. Riprese comunque il lavoro, sostenuta dai figli, dai responsabili scolastici e dai colleghi, perch\u00e8 sentiva di dover restare in piedi per la propria famiglia e per gli studenti che la aspettavano.<br \/>\nDopo la morte del fratello, Roseline ha iniziato una lunga ricerca di senso. Per mesi, ha raccontato, ha dialogato con Dio e cercato nel Vangelo una parola capace di rispondere alle sue domande. Una storia sull&#8217;uomo schiacciato dal peso di un fardello, portato sulle spalle dall&#8217;amico proprio quando credeva di essere stato abbandonato, le offr\u00ec una prima risposta. Il dolore, tuttavia, rimaneva. Dopo un anno Roseline si sentiva pronta a lasciarsi morire, ma vedere la sofferenza dei figli e dei nipoti le fece comprendere che doveva trovare la forza di continuare. Davanti alla Piet\u00e0 della sua chiesa preg\u00f2 la Vergine Maria di aiutarla a seguire i passi del fratello \u00aballa ricerca della giustizia, della verit\u00e0 e della pace\u00bb. La svolta arriv\u00f2 una mattina, davanti a una tazza di caff\u00e8, con una domanda semplice: chi poteva soffrire pi\u00f9 di lei? Roseline cominci\u00f2 a pensare alla madre di Adel. Non la conosceva, ma immaginava una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ci\u00f2 che quel figlio aveva fatto. \u00abNo, non posso lasciarla da sola, perch\u00e8 sta soffrendo pi\u00f9 di me\u00bb, si disse. Dopo aver chiesto consiglio all&#8217;arcivescovo di Rouen, che la incoraggi\u00f2, Roseline inizi\u00f2 a cercare un contatto. Le due donne cominciarono a sentirsi al telefono ogni due settimane. Le prime conversazioni furono brevi, poi divennero progressivamente pi\u00f9 lunghe e profonde. Dopo circa sei mesi Roseline le chiese se avrebbe potuto incontrarla tornando a Saint-E&#8217;tienne-du-Rouvray. Nassera rispose senza esitazione: \u00abSignora, \u00e8 da tempo che vi aspetto\u00bb. Roseline aveva cercato la madre di Adel per non lasciarla sola e scopr\u00ec che, dall&#8217;altra parte, Nassera la stava gi\u00e0 aspettando. Due percorsi nati separatamente cominciavano cos\u00ec a incontrarsi: l&#8217;una cercava di comprendere la sofferenza dell&#8217;altra, l&#8217;altra cercava di avvicinarsi alle persone ferite dall&#8217;azione di suo figlio.<br \/>\nNassera ha definito la richiesta di Roseline \u00abun soffio di vita\u00bb. Le prime telefonate durarono pochi minuti, poi dieci, fino a trasformarsi in conversazioni di un&#8217;ora. Da quei primi contatti nacque progressivamente un rapporto che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare dopo quanto accaduto il 26 luglio 2016. Uno dei momenti pi\u00f9 significativi di questo percorso, raccontato anche nel libro, avvenne sulla tomba di Adel, che per ragioni di sicurezza deve rimanere anonima. Roseline vi lasci\u00f2 un biglietto, nascosto sotto alcuni sassolini e protetto da un foglio di plastica: \u00abAdel, l&#8217;anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te. E&#8217; una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti \u00e8 speranza, il perdono \u00e8 la via della pace\u00bb. Pregava il Dio di Abramo affinch\u00e8 Adel trovasse pace e fosse riconosciuto come \u00abl&#8217;anima di un figlio sensibile e amorevole\u00bb. Nassera decise di raccogliere quel foglio e conservarlo: parole di quel peso, per lei, non potevano rimanere sepolte sotto le pietre. Otto anni pi\u00f9 tardi, rileggendo il messaggio, la stessa Roseline si \u00e8 domandata come fosse riuscita a scrivere quelle parole appena due anni dopo l&#8217;assassinio del fratello. \u00abMio fratello mi ha dato queste parole\u00bb, ha spiegato al Meeting, riconoscendovi ci\u00f2 che aveva imparato da Jacques fin dall&#8217;infanzia. Quel biglietto rappresent\u00f2 per lei \u00abil primo frutto del martirio di padre Hamel\u00bb. Il perdono, nella storia di Roseline e Nassera, non significa dimenticare quanto accaduto n\u00e8 confondere le responsabilit\u00e0. Padre Hamel rimane la vittima e Adel uno dei suoi assassini. Significa piuttosto riconoscere, senza cancellare questa verit\u00e0, la sofferenza dell&#8217;altra. E&#8217; da questo riconoscimento che \u00e8 nato un rapporto che, soltanto pochi anni prima, sarebbe sembrato impossibile.<br \/>\nRaccontare pubblicamente questa storia non \u00e8 stato semplice per Nassera, che dopo l&#8217;attentato ha dovuto fare i conti con la vergogna, il senso di colpa e soprattutto con una domanda: cosa avrebbe potuto fare per impedire che suo figlio arrivasse a quel punto? Madre di cinque figli, cresciuti nello stesso modo, ha ricordato Adel come un ragazzo inizialmente gioioso e amante della vita, cambiato progressivamente dopo l&#8217;incontro con persone capaci di esercitare su di lui un&#8217;influenza pi\u00f9 forte di quella della famiglia. Nassera ha raccontato di aver visto quella radicalizzazione e di aver cercato di fermarla, rivolgendosi alla polizia, alle autorit\u00e0 e al sindaco e provando a trovare per il figlio un lavoro, una formazione e la possibilit\u00e0 di conseguire la patente. \u00abDevo poter testimoniare. Devo poter dire quello che ho fatto\u00bb, ha spiegato. Per lei raccontare significa anche respingere l&#8217;idea di una famiglia rimasta indifferente davanti alla trasformazione di Adel. All&#8217;inizio, tuttavia, Nassera non voleva esporsi: temeva l&#8217;odio e l&#8217;umiliazione degli altri. E&#8217; stato l&#8217;incontro con Roseline a darle la forza di raccontare ci\u00f2 che era accaduto e i tentativi compiuti per impedire che Adel arrivasse a quel gesto. Da questa esigenza \u00e8 nato il libro &#8220;Sorelle di dolore&#8221;, pubblicato dapprima in Francia e ora disponibile in italiano. Concludendo l&#8217;incontro, Scholz ha ringraziato entrambe per il coraggio di condividere una vicenda davanti alla quale ogni spiegazione rischia di essere insufficiente. \u00abL&#8217;amore veramente pu\u00f2 muovere il cielo, il sole, le stelle e anche il nostro cuore, se lo facciamo entrare anche in momenti cos\u00ec drammatici come quello che \u00e8 accaduto a loro due\u00bb, ha affermato. La storia di Roseline e Nassera non cancella il male, non confonde le responsabilit\u00e0 e non pretende di dare una risposta semplice al dolore. Mostra per\u00f2 che anche dopo una tragedia rimane una scelta: chiudersi nella propria sofferenza oppure riconoscere quella dell&#8217;altro. Roseline e Nassera hanno scelto di incontrarsi, senza permettere che fosse l&#8217;odio ad avere l&#8217;ultima parola.<div id=\"div-gpt-ad-Messinaoggi.it-DSK-300x250-corpoart\" style=\"text-align:center;margin:0 auto;\"><\/div><\/p>\n<p>&#8211; Foto ufficio stampa Meeting di Rimini &#8211;<div id=\"videoincontent\" style=\"clear:both\";><\/div><\/p>\n<p>(ITALPRESS).<\/p><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>RIMINI (ITALPRESS) &#8211; Due donne segnate dalla stessa giornata e da due sofferenze radicalmente diverse hanno aperto la 47esima edizione del Meeting di Rimini con una testimonianza nella quale il dolore non \u00e8 stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l&#8217;amicizia e la speranza. 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