{"id":263717,"date":"2026-03-23T09:07:39","date_gmt":"2026-03-23T08:07:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.messinaoggi.it\/website\/?p=263717"},"modified":"2026-03-23T09:07:41","modified_gmt":"2026-03-23T08:07:41","slug":"il-lessico-del-potere-padrini-e-figliocci-lettura-criminologica-delle-relazioni-politico-mafiose","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.messinaoggi.it\/website\/2026\/03\/23\/il-lessico-del-potere-padrini-e-figliocci-lettura-criminologica-delle-relazioni-politico-mafiose\/","title":{"rendered":"Il lessico del potere: &#8220;padrini\u201d e \u201cfigliocci\u201d, lettura criminologica delle relazioni politico-mafiose"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel lessico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, le parole non sono mai innocenti. Esse non descrivono semplicemente la realt\u00e0: la costruiscono, la legittimano e la perpetuano. L\u2019articolo richiamato, incentrato sull\u2019uso di espressioni quali \u201cpadrini\u201d e \u201cfigliocci\u201d anche in ambito politico, offre uno spunto di riflessione di straordinaria rilevanza per la criminologia contemporanea, soprattutto laddove si indaga la zona grigia di contiguit\u00e0 tra potere legale e potere criminale. Il termine \u201cpadrino\u201d, nell\u2019immaginario mafioso, richiama immediatamente una figura di autorit\u00e0 carismatica, garante di protezione e dispensatore di favori. Non si tratta soltanto di un capo, bens\u00ec di un nodo relazionale attorno al quale si struttura un sistema di obbligazioni reciproche, spesso informali ma rigidamente vincolanti.<div id=\"div-gpt-ad-Messinaoggi.it-DSK-300x250-corpoart\" style=\"text-align:center;margin:0 auto;\"><\/div><\/p>\n\n\n\n<p>Analogamente, il \u201cfiglioccio\u201d non \u00e8 un semplice subordinato: \u00e8 un soggetto inserito in una rete di dipendenza personale, costruita su lealt\u00e0, riconoscenza e \u2013 non di rado \u2013 ricatto simbolico. Questa terminologia, quando traslata nel linguaggio politico, non rappresenta una mera metafora folkloristica. Al contrario, essa rivela la persistenza di modelli relazionali arcaici, fondati su patronage, clientelismo e intermediazione opaca del potere. In tali contesti, il rapporto istituzionale viene deformato in una relazione quasi familiare, in cui il merito cede il passo alla fedelt\u00e0 e la trasparenza si dissolve nella logica dello scambio. Dal punto di vista criminologico, ci\u00f2 si inserisce perfettamente nelle dinamiche proprie di sistemi mafiosi come Cosa nostra, i quali \u2013 come noto \u2013 si fondano su strutture gerarchiche e su vincoli di affiliazione che travalicano la dimensione puramente criminale per infiltrarsi nella sfera politica ed economica. In tali sistemi, il linguaggio non \u00e8 solo descrittivo, ma performativo: contribuisce a creare un universo simbolico in cui determinati comportamenti appaiono normali, se non addirittura legittimi. L\u2019uso disinvolto di queste espressioni nel discorso pubblico solleva dunque interrogativi inquietanti. Esso pu\u00f2 indicare, da un lato, una banalizzazione della cultura mafiosa, dall\u2019altro una sua interiorizzazione pi\u00f9 profonda, quasi inconsapevole. Quando il politico diventa \u201cpadrino\u201d e l\u2019elettore o il collaboratore \u201cfiglioccio\u201d, si assiste a una regressione semantica che riflette una regressione etica: la democrazia rappresentativa viene svuotata e sostituita da una logica di appartenenza personale. \u00c8 noto, del resto, che le organizzazioni mafiose hanno storicamente cercato \u2013 e spesso trovato \u2013 canali di penetrazione nella politica, attraverso meccanismi di scambio elettorale e relazioni privilegiate con esponenti istituzionali. In tale prospettiva, il linguaggio diventa una spia rivelatrice: esso tradisce la presenza di codici culturali condivisi tra mondi che, formalmente, dovrebbero restare separati. Da criminologa, ritengo che la questione linguistica non possa essere sottovalutata.<div id=\"videoincontent\" style=\"clear:both\";><\/div><\/p>\n\n\n\n<p>Le parole sono indicatori di mentalit\u00e0, e le mentalit\u00e0 sono il terreno su cui attecchiscono i fenomeni criminali. Contrastare la mafia non significa soltanto reprimere i reati, ma anche decostruire l\u2019immaginario che li sostiene. Ci\u00f2 implica una vigilanza critica sul linguaggio, soprattutto quando esso viene utilizzato da chi esercita funzioni pubbliche. In conclusione, il ricorso a termini come \u201cpadrini\u201d e \u201cfigliocci\u201d in ambito politico non \u00e8 un semplice vezzo retorico, bens\u00ec un sintomo. Esso segnala la persistenza di una cultura del potere personalistico e relazionale, che si pone in tensione con i principi dello Stato di diritto. La criminologia, in questo senso, \u00e8 chiamata non solo a studiare i fenomeni criminali, ma anche a interpretare i segni \u2013 talvolta sottili, ma profondamente rivelatori \u2013 della loro influenza nella societ\u00e0. Solo attraverso questa consapevolezza sar\u00e0 possibile sottrarre il linguaggio, e con esso il pensiero, alle ambiguit\u00e0 che alimentano le zone d\u2019ombra tra legalit\u00e0 e illegalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Rita Tutelli<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel lessico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, le parole non sono mai innocenti. Esse non descrivono semplicemente la realt\u00e0: la costruiscono, la legittimano e la perpetuano. 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