Tra autonomia ed efficienza: il fallimento della Regione Siciliana

L’esistenza di risorse finanziarie aggiuntive a quelle ordinarie e la disponibilitĂ  di un’ampia autonomia giuridica e organizzativa in grado di sostenere i processi di innovazione e di efficienza degli enti preposti al governo del territorio dovrebbero tradursi, di solito, in un maggiore tasso di crescita del PIL, in un aumento dell’occupazione e della ricchezza delle famiglie. Questa regola, di immediata intuizione, tuttavia, non trova conferma nel caso della Regione Sicilia. Le risorse europee totali a disposizione della Sicilia per l’intero periodo di programmazione 2014-2020 ammontano a circa 12,8 miliardi di euro. A fronte di tali risorse aggiuntive il tasso di crescita del PIL dal 2014 a oggi è sistematicamente diminuito, la disoccupazione è aumentata e le famiglie sono piĂą povere. Che cosa dunque non ha funzionato? La questione, ovviamente, richiede un’analisi approfondita ma è possibile avanzare, sia pure in forma embrionale, alcune considerazioni.

Nel 2017 l’andamento finanziario del programma di intervento Europeo nel suo complesso aveva registrato un forte ritardo nella spesa, col rischio di non raggiungere il 31 dicembre 2018 il target di spesa previsto dai regolamenti comunitari e di incorrere dunque nel disimpegno automatico delle somme non spese. Nella seconda metĂ  del 2018, tuttavia, la Regione ha raggiunto il target del 2018 con 719 milioni di spesa certificata (il 17% della dotazione del Programma) grazie alla “riprogrammazione” del PO FESR. Se da un punto di vista contabile dunque tutto sembra in ordine, ad uno sguardo piĂą attento non può sfuggire come questo risultato sia stato possibile grazie alle “astuzie contabili” seguite nel passato, ed in particolare: a) riduzione della dotazione iniziale del fondo del 6,25% (che ancora una volta denota la nostra difficoltĂ  a spendere le risorse europee); b) il ricorso ai progetti “sponda” programmati e finanziati da altri soggetti pubblici, ma poi transitati nel PO FESR per acquisirne la certificazione e raggiungere i target di spesa; (in sostanza con tali meccanismi, la spesa dei fondi strutturali, che dovrebbe essere aggiuntiva per avere effetti sui processi di sviluppo, diventa di fatto sostitutiva).

Il ritardo accumulato nella spesa, inoltre, – come riportato nei Comitati di Sorveglianza del Programma- pare sia dovuto anche alle carenze di carattere amministrativo e strutturale ed, in particolare, all’insufficienza di risorse umane qualificate che determinano, di fatto, l’impossibilitĂ  di portare a compimento i processi in itinere. In sostanza, gli uffici regionali non sono piĂą in grado, nelle condizioni attuali, di gestire efficientemente i programmi finanziati con i fondi strutturali.

Basterebbero queste brevi considerazioni per certificare il fallimento della Regione Siciliana in relazione alla capacità di spesa dei Fondi Europei e all’utilizzo della propria autonomia per creare condizione di sviluppo e di crescita del sistema economico. Una questione che dovrebbe indurre un approfondito dibattito regionale tra i partiti, di cui per la verità non c’è traccia, e, comunque sia, un cambiamento radicale nella politica economica del governo regionale. Certo è che siamo dinnanzi ad un curioso paradosso; da un lato, l’iniziativa di alcune regioni del Nord di ottenere più autonomia e risorse aggiuntive per andare più veloce e, dall’altro lato, situazioni come quella della Regione Sicilia in cui, nonostante l’autonomia e le maggiori risorse, le condizioni economiche e la qualità di vita dei cittadini peggiorano. Non sarà mica vero ancora una volta il detto che “U Signuri nci duna u pani a cu non avi denti?

Michele Limosani e Piero David

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